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FRANCESCO NELLE MARCHE

            Nel secolo XIII il Poverello di Assisi, San Francesco, si era spinto dall’Umbria fino alle Marche. Al suo passaggio gli uomini rimanevano attoniti e le sue parole penetravano gli animi. Soprattutto li trascinava l’esempio di una vita vissuta secondo lo spirito evangelico. Alcuni lo disprezzavano; le donne lo compassionavano; i bambini lo volevano vedere…; era vestito rozzamente come un uomo dei campi, ma gli spiriti forti intuivano negli occhi del Santo umbro il sublime ideale della povertà.

            Dietro di lui corsero i giovani, i generosi, i cuori puri, i cantori della vita vera, i conquistatori. Le Marche furono scosse da questa parola che veniva dall’Umbria; lo fecero proprio, e in pochi anni tutta la regione conobbe il movimento francescano.

 

AD ALTO, AD ALTO!

            Il fenomeno prese proporzioni vaste, e ogni paese desiderava avere qualcuno dei seguaci del Poverello; almeno una casa, nel proprio territorio, di quei frati, che il Santo umbro aveva chiamato per umiltà "minori".

            Ancona, adagiata come una matrona sulle pendici del Guasco, aspettava con tale animo il Poverello. Dal suo golfo, San Francesco avrebbe salpato per l’Oriente.

            Al suo arrivo nella città dorica, il popolo e il Senato gli aprirono le braccia come ad un loro concittadino; quindi lo pregarono di lasciare, come pegno certo della sua considerazione, qualcuno dei suoi frati, che predicasse,  che facesse loro del bene...

            Alle richieste insistenti, San Francesco indicò il luogo, dove i suoi frati avrebbero dovuto abitare. "Ad Alto, ad Alto!" prese a dire il Santo, indicando il colle Astagno, che sovrasta la città e che era ricoperto di pini.

            Su Capodimonte i francescani piantarono le tende. San Francesco intanto partiva per l’Oriente con il desiderio di convertire il Sultano dell'Egitto, e vedere i Luoghi Santi...

            Quando ritornò, il popolo anconitano aveva costruito tra i pini del colle Astagno il conventino per i suoi Frati, intorno alla chiesina dedicata alla Vergine Santissima.

Il convento era situato nel pendìo del colle; poi, nella infausta soppressione delle famiglie religiose, avvenuta nell’anno 1861, fu chiuso e requisito dal governo; oggi rimane la sola struttura dell’antico convento di "San Francesco ad Alto" che, con la aggiunta di recenti fabbricati, è stato trasformato in Ospedale Militare.

 

… IN VIA DEL COMUNE

Il Conventino di Santa Maria ad Alto, costruito fin dai primordi dell'Ordine Francescano, era mèta continua degli anconitani.

            I Frati Minori crebbero di numero; e i fedeli sentivano insufficiente la chiesina di Santa Maria, per cui, aderendo al desiderio del popolo e dei magistrati di Ancona, i Frati Minori edificarono un'altra casa in Via del Comune, proprio al centro della città che fu chiamata "Santa Maria Maggiore" e poi "San Francesco alle Scale". Il popolo così ebbe due conventi di frati francescani; e mentre "San Francesco alle Scale" era più capace per ospitare i frati e più comodo per i fedeli, Santa Maria ad Alto era più riposante per lo spirito e per la preghiera.

 

IL CONTE A S. MARIA AD ALTO

            Gabriele aveva tanto pregato da giovanetto, perché il Signore illuminasse il suo cuore.

Conte non sarebbe stato; no, proprio non lo sentiva.

            La vita galante della sua casa patrizia, sebbene mamma Alvisia e il conte Oliverotto fossero sinceramente cristiani, era in netto contrasto con le sue segrete aspirazioni e non lo rendeva felice.

            Sentiva prepotentemente il bisogno di evadere dalla vita comune della sua famiglia.

            Il senso della solitudine e della preghiera si era approfondito nel suo cuore.

            Lo spirito di fortezza gli faceva disprezzare ormai ogni delicatezza e tutti gli agi della sua famiglia cospicua e patrizia.

            Cristo era nato povero e chiamava beati coloro che fossero distaccati dalle ricchezze e comodità della vita terrena; beati coloro che fossero puri di cuore, perseguitati... Gabriele intuì profondamente il Cristo, ed ora cercava la soluzione.

            Quei frati minori di Santa Maria ad Alto, che di quando in quando bussavano al suo portone per chiedere la carità cristiana, avevano senz'altro lasciato qualche traccia nel giovane contino di Casa Ferretti.

 

A 18 ANNI

Nell'alterna vicenda tra la vita mondana e la conquista delle virtù, Gabriele aveva scelto: sarà francescano!

            Nelle sue vene scorreva sangue nobile; per ciò i parenti non si potevano rassegnare che il contino vestisse una tonaca di bigello, camminasse scalzo, si radesse il capo, e andasse perfino ad elemosinare!

            Forse la mamma avrà anche pianto dinnanzi alla decisione del suo caro Gabriele. Ma Cristo chiamava: e il conte Ferretti, superando ogni ostacolo, ogni opposizione, seppure dolce, dei buoni genitori, diede addio al sangue nobile, alla sua casa, ed entrò nella famiglia dei francescani.

            Il sentimento si era ribellato, ma Gabriele aveva vinto il cuore come un re!

 

A CAPODIMONTE

Giunto a Capodimonte Gabriele si vestì da frate minore. La storia non ci ha tramandato nulla di questo fatto, neppure la data, ma con orgogliosa certezza ha puntato il dito sull’episodio centrale: il conte si è fatto frate!

Non vedi, lettore, i velluti e lo spadino, i ricchi calzari, la cinghia tempestata di gemme del contino, abbandonati per terra davanti all'altare di Santa Maria ad Alto? E non vedi lui, il contino Gabriele, scalzo, raso, con il sacco di San Francesco sulle spalle e la corda ai fianchi?

La fantasia corre a ricostruire la scena; le immagini si frangono come onde e si rincorrono in visioni cariche di sentimento: Ancona patrizia, la Gente Ferretta, la nobiltà del sangue, alle spalle; davanti, l'altare della vita religiosa, e lui, il contino, candidato al sacrificio.

La nostra fantasia si perde nella mistica fantasmagoria di una vestizione religiosa; un vero poema tracciato da audaci pennellate nell'animo di Gabriele, ormai novizio francescano.

 

L'OFFERTA

          A Santa Maria ad Alto, il giovane Gabriele pregò; studiò la vita e la Regola dei Frati Minori; e dopo un anno si consacrò a Dio, emettendo i voti di povertà, castità e obbedienza.

          Con questo atto, che il Diritto Canonico definisce “Professione Religiosa”, il Beato dà l’addio definitivo al mondo.

          E’ grande il gesto di Gabriele: Egli ha fatto proprio come Francesco! Questi uscì dalle mura della città di Assisi, ma non andò lontano per dedicarsi a Dio, e ciò per sfidare il rispetto umano! Lui, il Conte Gabriele, uscì fino al bosco dei pini del Colle Astagno, senza andare più oltre. Eppure il palazzo avito, i genitori conti, la nobiltà dei parenti vicini non facevano più breccia nel suo cuore ormai perduto nell’offerta totale, per ritrovarsi solo e tutto in Dio!

 

STUDIO E PREGHIERA

Cappuccio in testa e mani in manica, Gabriele novizio passava dalla cella all'oratorio di Santa Maria ad Alto, come una visione.

Era tutto concentrato in Dio nell'esercizio della vita religiosa e nella sua preparazione al Sacerdozio.

Dice lo storico che non si insuperbì dei lusinghieri progressi che faceva nello studio. La sua intelligenza limpida come il suo cuore, si approfondiva nello studio della scienza teologica, onde penetrare le Verità cristiane.

Quando la preparazione culturale fu terminata e la vita religiosa praticata fervidamente, il conte Ferretti salì l'altare per cantare la Prima Messa.

 

SACERDOTE DI CRISTO

Vorrei qui poter descrivere tutti i sentimenti e gli alti pensieri che entusiasmarono frate Gabriele, nel giorno della sua Ordinazione Sacerdotale. Vorrei farvi sentire l’eco di quel giorno trionfale; ma la storia tace.

Forse Ancona fu tutta in festa; e la sua casa, e la sua mamma?

O forse il romitorio di Capodimonte ha racchiuso gelosamente, nel silenzio delle sue sacre mura, le gioie intime del primo sacerdozio di frate Gabriele?

Certamente la felicità di essere sacerdote francescano, unita alla consapevolezza dell'altissima dignità a cui una umana creatura viene da Dio così elevata, ha fatto fare passi da gigante al Beato sulla via della virtù.

 

SACERDOS IN POPULO!

La città di Ancona forse aveva riso alla notizia che il figlio del conte Liverotto si era ritirato a Capodimonte. E per quanto amasse i francescani, certamente non si sarebbe sentita di vedere sotto quel rude saio il contino Ferretti. Il giovane Gabriele non si allarmò per questo; egli sapeva che si sarebbe allontanato dalla sua città, dalla vita comune, per poco!

Infatti, ormai Sacerdote, Egli ridiscendeva il colle Astagno, per donare alla sua Ancona un sorriso e il senso di una vita superiore a quella della semplice nobiltà di sangue.

Ancona non se ne doveva adontare, se per un poco le aveva voltato le spalle e in un modo brusco; ma doveva sentire che il conte Ferretti aveva sostituito ad una nobiltà gentilizia, che l'avrebbe illustrato soltanto civilmente, un'altra discendenza, dal calvario all'altare, alle anime…

Il popolo anconitano lo capì, e nel sacerdozio del Padre Gabriele trovò la sua salvezza, la sua gioia.

 

IN MEZZO Al POVERI

         Quando San Francesco restituì a suo padre, il vestito ricco davanti al Vescovo di Assisi, lo fece per amore della libertà. “Da oggi innanzi – proclamò solennemente il figlio di Pietro Bernardone - griderò più forte: Padre Nostro che sei nei cieli”.

         Gabriele aveva capito che il titolo della sua nobiltà terrena, anche se lo rendeva invidiabile agli occhi di molti, gli avrebbe troncato la strada per accostarsi a tutti; per questo come Francesco, si spogliò di tutto...

Appena frate minore, egli si trovò tra i malati, tra i poveri. Lui, che era stato conte, aveva bisogno di bruciare la distanza che separa la povera gente dalla nobiltà terrena, dall' aristocrazia, dal sangue blù!

Lui, doveva essere come Gesù...! E, come per non essere egoista era uscito da Casa Ferretti, così, per seguire l'alto ideale d'amore, ridiscenderà in mezzo al popolo, il più povero, il più bisognoso, con il crisma del suo apostolato.

Ancona aveva trovato il padre!

 

NEL SEGNO DI CROCE

Passando di porta in porta, elemosinava senza vergogna il pane per i frati; confortava le vedove, consigliava, istruiva, benediceva i bambini, consolava i malati...

Un apostolato di carità immenso; intessuto di prodigi e di episodi senza numero.

Correva sempre, Gabriele!

Era chiamato al capezzale degli infermi ; entrava nelle case dove Dio era bestemmiato; e quando occorreva, levava la sua mano per benedire.

Il segno di croce del Beato era un prodigio. Molti malati guarivano a quel semplice segno che Padre Gabriele tracciava.

Cassandra, figlia del Conte Ferretti e sposa ad un nobile anconitano, soffriva da alcuni anni un grave tumore in una gamba; chiamò il padre Gabriele, che la confessò e consolò con dolci parole; prima di lasciare l'inferma, tracciò su di lei il segno della croce: dopo due giorni Cassandra era perfettamente guarita.

Tra i numerosi miracoli, che Dio si è compiaciuto di operare per mezzo del Beato, ancora vivente, riferiamo la guarigione istantanea di Pietro De Santis. Questo caro concittadino del Beato era oppresso da un male mortale e ridotto in fin di vita. La moglie corse a Capodimonte, scongiurando il Padre Gabriele a recarsi presso il letto del suo Pietro. Ma appena giunse Gabriele, il malato perdette i sensi e sembrò spirare. Il Beato però invitò ugualmente l'infermo a fare atti vivi di fede, sussurrò preghiere e, dopo averlo benedetto, Pietro De Santis, come se si fosse destato da un profondo sonno, si alzò subito dal letto completamente guarito.

 

I SUOI PREDILETTI

Erano ormai trascorsi vari anni, circa quindici, da che il Beato si era vestito da frate minore; e già da alcuni anni passava per le vie di Ancona come sacerdote del buon Dio facendo veramente del bene.

Il popolo lo sentiva profondamente vicino con la sua santità, con i suoi consigli, con il suo zelo, e... con i suoi miracoli.

Ancona correva ai suoi piedi per ricevere i Sacramenti e soprattutto il perdono di Dio!

Gabriele, proprio come Gesù, aveva delicatezze squisite per i poveri peccatori. Egli li affidava alla Madonna, per cui il loro cuore traviato ritornava sulla via retta.

E tutti sentivano una profonda riconoscenza per il buon Padre spirituale! I Frati Minori, suoi confratelli, segnalarono le sue virtù e le sue doti ai Superiori maggiori che lo elessero, nel 1425, Guardiano del Convento di Ancona.

 

RESTAURI AL CONVENTO

Forse l'umiltà del Beato, gli avrebbe proibito di accettare il compito di Superiore, ma Egli che era stato sempre ubbidiente, chinò il capo.

Più che superiore, fu il padre dei suoi confratelli, e, perfetto figlio di San Francesco, inculcò più con l'esempio che a parole l’osservanza della Regola francescana.

Ai suoi sudditi insegnava l’umiltà, comandando con discrezione, correggendo con dolcezza, esercitando uffici umili nel convento e, per primo, lavorando. Scendeva lui stesso in città a chiedere l'elemosina per i suoi frati.

Nella nobiltà del suo animo studiava squisitezze verso i bisognosi, dimostrava sincera delicatezza con i suoi “fratelli” anziani.

Ancona quasi non si accorse che il suo concittadino era il Superiore dei frati di Capodimonte, perché il manto della sua umiltà lo nascondeva; il popolo tuttavia aumentava la sua fiducia nella sua persona veramente nobile come la sua dignità sacerdotale; e appena intuì un desiderio, una necessità per il suo convento, rispose in pieno.

Era l'ora della riconoscenza!

Il conventino di Santa Maria ad Alto, ormai vecchio e deteriorato, aveva urgente bisogno di restauri. Il Beato si mise all’opera e, con il concorso plebiscitario dei suoi concittadini, restaurò e ingrandì la dimora dei frati. Aggiunse all'antica una nuova chiesa, perfezionata poi dal Padre Bernardino Ferretti, nipote del Beato e guardiano anche egli del convento di Capodimonte.

Il Beato Gabriele non si fece vincere in generosità e, per riconoscenza, moltiplicò la sua attività apostolica in mezzo agli anconitani, implorando con i suoi religiosi ogni benedizione sui benefattori del convento.

 

LA MORTE FA STRAGE

Ad ogni sciagura piccola o grave che colpiva Ancona, Gabriele era chiamato alla ribalta.

Se la famiglia si divideva, Gabriele veniva scelto a paciere; nelle più gravi delibere per il bene del popolo, Gabriele veniva interpellato; prima di prendere decisioni gravi, i magistrati dorici cercavano il consiglio illuminato del concittadino ritenuto il più sapiente e ormai, dai più, veramente santo.

Intorno agli anni 1425-27 le Marche furono colpite dalla terribile epidemia della peste.

Ancona, centro della regione, poteva diventare da un momento all'altro un cimitero.

Il Senato vegliava sulla incolumità gravemente minacciata dei cittadini, ma ogni precauzione fu inesorabilmente troncata, e la peste vinse.

Nel settembre 1427, la morte infestava la città dorica. Finivano sotto i suoi colpi funesti vittime e vittime. Le vie e le piazze erano piene di lutti; il mare mugolava lugubre e triste; le belle contrade, i casolari erano devastati dal terrore.

Il Beato non aspettò che lo venissero a chiamare.

Sinceramente affezionato alla sua città, eroicamente amante del prossimo, sfidò il contagio e si gettò nella breccia per consolare, benedire, salvare...

Quel popolo non sapeva più a chi rivolgere i suoi sguardi atterriti dalla morte. Ogni giorno decine e decine di bare! Gabriele, il padre spirituale della città, era per tutti l'angelo del conforto.

Alla notte pregava per gli appestati; e in tutte le ore del giorno correva di giaciglio in giaciglio, dove il bisogno era più grave.

 

SANTITA’ RIVELATA

Si conobbero così gli eccelsi doni di cui Dio aveva arricchito il Beato in premio dell'angelica sua vita e della tenera devozione alla Madonna.

Quando l'epidemia ingigantì e nessuno sarebbe potuto più scampare, il Beato diede mano ai prodigi.

Ancona non deve morire! Ancona, che ospitò generosamente Francesco e i suoi frati! Ancona, che dava il pane da oltre due secoli ai figli del Poverello! Ancona, devota del suo conte frate!...

Chi può dire le guarigioni che Gabriele ha operato tra gli appestati?

Chi rassicurò te, Parroco di Sant’Egidio di Ancona, te e i tuoi familiari colpiti dalla peste, che non sareste periti?

Chi profetizzò al nobile Clemente che il suo figlio lontano e colpito dalla peste sarebbe ritornato da Venezia in Ancona, presso la casa paterna, perfettamente guarito?

Perché disperi, popolo d’Ancona? Gabriele è davvero l'angelo inviato da Dio; egli è con te per la tua salvezza, egli implora la Misericordia perché il flagello cessi!

Quando l'epidemia passò, e negli anconitani restò soltanto il ricordo di tanta strage, la città beneficata non dimenticò il suo concittadino. A buon diritto, lo ha scelto per suo Compatrono.

 

AI PIEDI DEL CROCIFISSO

Nel bosco del convento il Beato riceveva gli augusti sorrisi della Madonna, ma i suoi slanci d'amore finivano ai piedi del Crocifisso.

Sensibile alle armoniose bellezze del creato, Gabriele, come il Serafico Padre, sentiva in ogni creatura il palpito paterno di Dio; ma l'apice di questo amore, che lo teneva in continua e intima unione con il Signore, era il Mistero dell'Incarnazione. Nella contemplazione di questo Mistero stava lungamente davanti al Crocifisso della chiesa, già testimone dei rapimenti del suo confratello Beato Pietro da Treia.

Questa devota Immagine è ricordata da tutti gli storici come “il Crocifisso del Beato Gabriele”, che rivelò al Servo di Dio quelle sublimi ascensioni del cuore umano nel dolore, per cui Gabriele seppe intendere la povertà, la malattia e gli afflitti d'ogni specie.

Sulle carni innocenti del Cristo Crocifisso, il Beato aveva letto la passione dei fratelli; e per questo fu l'eroe della Carità.

 

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